<<C’erano una volta due poveri poeti. Avevano già fatto la fame al tempo delle vacche grasse, ma ora, al tempo delle vacche magre, che un tiranno selvaggio rapinava spietatamente città e campagna per la sua corte e reprimeva crudelmente ogni resistenza, essi erano sul punto di crepare davvero. Ma poi il tiranno apprese qualcosa del loro talento, li invitò alla sua tavola e promise a entrambi – rallegrato dalla loro intelligente conversazione – una cospicua pensione. Sulla via del ritorno uno di essi pensò all’ingiustizia del tiranno e ripeté le note lamentele del popolo. “sei incoerente – rispose l’altro – se pensi a questo modo avresti dovuto continuare a far la fame. Chi si sente tutt’uno con i poveri, deve anche vivere come loro”. Il suo compagno si fece pensoso, approvò il suo ragionamento e rifiutò la pensione del re. Alla fine morì. Alcune settimane dopo l’altro fu nominato poeta di corte. Entrambi avevano tirato le loro conseguenze, ed entrambe andavano a vantaggio del tiranno. L’universale precetto morale della coerenza sembra avere una caratteristica peculiare: essere più favorevole ai tiranni che ai poeti poveri>>.
Questa storiella, raccontata da Max Horkheimer in “Crepuscolo” (1932), è a mio parere ancora attualissima.
La principale obiezione che viene rivolta a chi si lamenta del mondo in cui viviamo è proprio relativa alla coerenza. Contesti le banche? nessuno ti costringe a tenerci i soldi. Contesti l’informazione? Nessuno ti costringe a gurdare la tv o leggere giornali. Detesti il traffico? Non devi usare la macchina. Il risultato è sempre lo stesso: per praticare con coerenza le proprie idee ci si deve marginalizzare. Una volta marginalizzati non si è più di nessun pericolo per il potere costituito che, a differenza dei regimi totalitari, non ha bisogno dell’approvazione generale. Ad esso basta la maggioranza con la quale può controllare la totalità, anzi, paradossalmente la minoranza controllata serve proprio a legittimare tale potere nell’illusione di un pluralismo che non c’è. Un pluralismo a senso unico dove il dissenziente ha diritto di parola e di libera espressione finchè non tenta di realizzare le proprie chiacchere, solo allora diventa “eversivo”.
E’ interessante rifelttere su questo tema, quando la coerenza è indicatore di conformismo e quando invece è una qualità utile all’uomo per non sconfinare nell’opportunismo, nell’ipocrisia. E’ legittimo quello che io chiamo un “diritto all’ipocrisia” dell’uomo che contesta l’esistente, ma non vuole esserne marginalizzato? Quanto lontano si può spingere questo diritto?
Pubblicato da enomis13